Il problema della violenza in generale, e in particolare quella sui minori, non è solo un problema di "definizione" (in che modo e quando possiamo definire violento un certo comportamento?). Esso è, contemporaneamente, un problema di percezione, di rappresentazione e di definizione. Dall’intreccio tra queste tre variabili dipende il livello di visibilità sociale del fenomeno e, quindi, del suo controllo.

La storia della violenza non va ricostruita come evoluzione del tasso di criminalità ma va riletta all’interno di un quadro di progressiva modificazione (sociale) della soglia di compatibilità collettiva di talune espressioni comportamentali.

Ad esempio, il concetto di "obbedienza" nel privato familiare si è sempre esercitato, prima ancora che come condizione ”educativa” per i figli, come metafora di un ordine sociale complessivo. L’obbedienza era una forma di comportamento da costruire indipendentemente dalla valenza relazionale tra i soggetti, come segno distintivo del rapporto con un’altra categoria, quella dell’autorità, quale che essa fosse e quali che fossero le circostanze in cui essa andava ad esercitarsi. Nel nome dell’obbedienza, erano legittimati tutti i comportamenti di percosse, di punizioni corporali, di proibizioni ecc. Si pensi al significato dell’espressione “botte date di santa ragione“, dove la “santa ragione“ era per il dovere di obbedienza all'autorità, familiare o meno. Oggi il quadro è profondamente cambiato. Non vi è, infatti, una “santa ragione“ nel cui nome sia legittimato qualunque comportamento violento; le percosse sistematiche di un genitore sul figlio vengono definite abuso educativo e non sono giustificate in nome di alcun principio.

La violenza ai bambini è certamente uno degli attestati peggiori che il mondo adulto possa ascrivere alla propria storia. La famiglia è luogo che custodisce silenzi spesso inascoltati alla stessa coscienza dei suoi membri adulti. Tutte le storie di violenza hanno una loro "storia" nascosta e inascoltata, tale a volte ai suoi diretti protagonisti, il cui linguaggio spesso è decifrabile solo nel momento della trascrizione nei registri della penalizzazione sociale, cioè quasi sempre in ritardo rispetto alle ferite che quelle storie producono. Nella storia delle violenze intrafamiliari, non è solo il sentimento di “paura“ che induce il bambino al silenzio, ma anche quel nodo complesso che lo vincola alla violenza di una relazione, perché l’unica possibile attraverso cui gli sia consentito conferire senso al suo essere "figlio di un genitore".

L’infanzia è l’età della spensieratezza e come tale è giusto che il bambino goda di tutte quelle possibilità che l’ambiente gli offre per poter vivere i primi anni della sua vita lontano dalle preoccupazioni e per esser felice.
E’ importante ricordarsi che anche lui gode di importanti diritti e che nel suo linguaggio quotidiano l’espressione “diritto“ è sempre più presente.
La Carta dell'Infanzia è uno strumento indispensabile per sottrarre l’infanzia a quelle relazioni adulte che si sentono autolegittimate a forme di assoluta “insindacabilità“ sociale in ragione di un ruolo parentale forte. Essa pone i bambini al riparo delle relazioni violente.